Se la “sofferenza” è in Blockchain soffri meno!

Quante volte vi è capitato di sentir dire “non si può più leggere il giornale, solo sofferenze”? Ed in effetti, perlomeno in Italia, il dato dei c.d. non performing loans parla da sé. Da uno studio di PWC, il 2018 è stato l’anno record delle cessioni di NPL con volumi che hanno raggiunto i 70 miliardi di euro e che hanno comportato un decremento importante sui bilanci delle banche. Il trend dovrebbe continuare anche nel 2019 ed ampliare il proprio raggio d’azione comprendendo anche cessioni multi-originator, consentendo quindi anche alle banche più piccole di cedere le proprie sofferenze insieme a quelle delle “sorelle” del Gruppo in modo da raggiungere un volume “appetibile” per gli investitori.

Non mi intrattengo sulle cause che hanno favorito il montante dei crediti in sofferenza, e nemmeno sulle c.d. variabili bank specific (null’altro che quelle caratteristiche tipiche di una banca come ad esempio la qualità del management che viene misurata attraverso indici di performance, la grandezza in termini di totale dell’attivo, la sua adeguatezza patrimoniale e l’efficienza in termini di costi); vorrei invece esaminare, nell’ambito delle operazioni di dismissione di NPLs, il tema della carenza documentale legata al credito ed ai debitori e come questa si rifletta necessariamente sulla possibilità o meno di effettuare il recupero. I portafogli sono spesso molto datati, le banche che hanno originato i crediti (tramutati poi in sofferenze), sono spesso state a — loro volta — oggetto di faticose operazioni di riorganizzazione societaria o di accorpamento nell’ambito di un diverso Gruppo Bancario.

In questa girandola di alterne vicende societarie, spesso e volentieri, della documentazione sul credito e sul debitore non c’è traccia, o meglio — come dicono gli addetti ai lavori — “non c’è tracciato”! Chi compra fatica a fare due diligence sul portafoglio, chi vende fatica a farla fare.

Tutte inefficienze che limitano fortemente la gestione del credito e la probabilità del suo recupero.

Ma la vera domanda è: che mondo sarebbe quello in cui le banche che concedono il credito potessero avvalersi — fin dal principio — di una tecnologia capace di registrare immutabilmente tutte le informazioni relative alla vita del credito ed al debitore?

Proviamo a fare un esempio: immagiamo uno scenario dove banca e debitore si accordino “digitalmente” sui termini del prestito e diano dichiarazioni e garanzie sull’accuratezza delle informazioni fornite. Il prestito “digitale” verrebbe immesso in un registro distribuito composto da blocchi di transazioni validate e confermate, organizzati in catena sequenziale a cui possono solo essere aggiunti nuovi blocchi attraverso connessioni basate su funzioni crittografiche, in grado di resistere alle manomissioni. Esatto: il prestito verrebbe immesso in Blockchain.

Ma non solo, le informazioni necessarie alla gestione del prestito (rectius credito) verrebbero automaticamente inserite in uno smart contract, sarebbero immutabili e verificabili da chiunque (lascio ai miei amici Licia Garotti e Marco Galli il commento sulla gestione dei dati sensibili), insomma sarebbero, a tutti gli effetti, asservite alla logica “don’t trust, verify” che è la logica dell’open source e del registro distribuito.

Quali benefici? Tanti: (i) la riduzione dei costi di due diligence; (ii) la sostanziale eliminazione del rischio di perdita di informazioni; (iii) l’automatismo nella gestione del credito e nei rapporti con il debitore (nel caso in cui il debitore non dovesse pagare alle scadenze stabilite, lo smart contract attiverebbe immediatamente l’invio di una notice al debitore, se l’inerzia debitoria dovesse persistere, si attiverebbero immediatamente le procedure di recupero del credito).

Questi solo alcuni dei benefici che si avrebbero in fase di origination di un loan(per dirla come chi parla bene) ed alcuni magici effetti sulla vita del credito e del suo recupero. Evidentemente il debitore “cattivo pagatore” fa parte del videogioco e nessun registro distribuito, immutabile e verificabile può trasformare un cattivo pagatore in un buon pagatore, ma la Blockchain può essere uno strumento estremamente utile sia in fase di concessione del credito sia in fase di recupero.

Certo, venendo alla vita di tutti i giorni, perlomeno la mia, non ci sarebbe più spazio per la negoziazione a colpi di “to the best of the assignor’s knowledge”, perché a quel punto, sempre seguendo la logica del “don’t trust, verify” il cessionario dovrebbe solo verificare le informazioni immesse nel sistema ed utili per formulare il prezzo e per gestire il credito.

Forse la Blockchain può davvero rivoluzionare il modo di fare banca, di fare credito e di gestirlo, o forse no ma come dice Woody Allen

“se di tanto in tanto non hai degli insuccessi, è segno che non stai facendo nulla di davvero innovativo”.

Emanuela Campari Bernacchi