Exchange digitali e mercati tradizionali: vince chi prima costruisce un’integrazione “regolamentarmente sostenibile” tra questi due mondi

A lungo si sono studiati, con sospetti reciproci e pronti ad attaccare il nemico discreditandolo e ridicolizzandolo. Hanno fatto leva sulle dicotomie proprie del tempo in cui viviamo: Millenials vs baby Boomer e Gen X; infrastrutture obsolete, costose e in mano ai “poteri forti” vs soluzioni open-source e democratiche che mettono la persona di nuovo “al centro”; interminabili procedimenti di compliance, aml e kyc vs ICO rampanti su whitepaper con lamborghini disegnate sopra; le banche truffaldine e drogate da moral hazard e aiuti politici vs lo slogan di punta “La tua banca sei tu!” (che ironicamente ricorda il famoso slogan femminista del sessantotto “l’utero è mio e me lo gestisco io!”).

Però nel 2018 questa contrapposizione muro-contro-muro ha dovuto (e ancora deve, nel 2019) fare i conti con due elementi nuovi: (i) il crollo del mercato delle cripto valute iniziato a gennaio 2018 e (ii) le condizioni del mercato azionario, che iniziano a mostrare alcuni sintomi prodromici a una potenziale nuova crisi finanziaria, come quella del 2008.

Quindi sia i crypto-ultràs che i veterani della licenza bancaria, si sono trovati faccia a faccia con le loro vulnerabilità. Hanno capito come il nemico non è che poi sia invincibile o se la passi meglio.

Hanno anche compreso che tra i due mondi non ci troviamo – almeno non ancora- in un gioco a somma zero. Un gioco a somma zero è – e cito Wikipedia: “[In teoria dei giochi] una situazione in cui il guadagno o la perdita di un partecipante è perfettamente bilanciato da una perdita o un guadagno di un altro partecipante in una somma uguale e opposta.” In altre parole, per intenderci, il popolare mors mea vita tua.

Per metterla sul musicale, Daniele Silvestri nel 2002 cantava: “…il mio nemico non ha divisa, ama le armi ma non le usa, nella fondina tiene le carte visa, e quando uccide non chiede scusa..” Ecco, i crypto– rivoluzionari hanno realizzato che – almeno per adesso – senza le “carte visa” non si va proprio da nessuna parte.

Dall’altro lato i banchieri/bancari hanno capito che i nuovi clienti millenials (e non) sono estremamente affascinati dalle funzionalità che la tokenizzazione degli assets su blockchain permette e dalla riduzione dei costi di back-office che il nuovo protocollo assicura. Mercati aperti 24h 7/7; settlement con costi bassi(ssimi); possibilità di acquistare e “tradare” strumenti finanziari da una app sul cellulare; possibilità di essere proprietario di 1/10000 del bellissimo grattacielo che c’è in centro (i.e. tokenizazzione dei diritti di proprietà su asset fisici). Insomma una rivoluzione dell’industria delle infrastrutture di mercato, con la custody e l’intermediazione completamente rivoluzionate dall’open ledger.

E allora iniziano le ricerche e gli sforzi volti a integrare i due mondi.

Dal 2018 le due “fazioni” hanno febbrilmente iniziato a parlarsi e a cercare metodi e strutture di collaborazione che abbiano un fondamento regolamentare.

La maggiore sfida diventa proprio la regolamentazione. L’industria finanziaria è una delle industrie più regolamentate al mondo. Per poter gestire, in qualsiasi modo, i “veri” capitali e attrarre la vera “liquidità” (i.e. le centinaia di miliardi USD) servono, oltre a solidi sistemi informatici e persone estremamente qualificate, le licenze.

Si può fare leva su varie tipologia di licenze: licenze bancaria, licenza come Multilateral Trading Facility (MTF), licenza come Investment Firm (broker-dealer e/o dealing on own account), c’è l’imbarazzo della scelta. Ma servono.

L’ostacolo principale a questo punto diventa quello “suggerito” due parole che generano subito molta antipatia tra i crypto rivoluzionari – e che non sono aggirabili: capital requirements.

Se analizziamo il pacchetto CRD IV i requisiti vanno dai 125,000 Euro per operare come broker (e quindi inoltrare a mercato soltanto ordini di clienti) a 730,000 Euro per operare trading proprietario e svolgere con tale modalità attività di market making, tenendo le liabilities sui propri libri. Si tratta di somme, specie nel caso di attività di “dealing on own account”, che non sono alla portate delle start-ups dell’ecosistema.

E allora istituzioni ben radicate nel mercato tradizionale e nuove realtà cripto hanno iniziato a ragionare su strutture dove le prime si avvantaggiano del know-how e dei prodotti crypto creati dai “nuovi rivoluzionari”, mentre quest’ultimi mirano a fare leva sulle licenze degli incumbent. Ma non è facile trovare la “quadra” e giungere ad una sintesi nel presente framework regolamentare.

Ma la buona notizia è che, soprattutto nei paesi più aperti all’innovazione, le autorità regolamentari si stanno abituando a questa nuova fase di “dialogo” tra i due mondi, la apprezzano e – in un certo modo – cercano di aiutare le due parti a trovare una sintesi, nel contempo acquisendo esse stesse nuove competenze.

Il risultato è che se oggi al funzionario X dell’autorità regolamentare Y poni la stessa domanda che gli avevi posto sei mesi fa, sorprendentemente non ti trovi di fronte a un surreale mutismo o frasi di circostanza che tradiscono la più totale inesperienza nel campo della blockchain applicata ai mercati e ai prodotti finaziari crypto, ma invece il riscontro è di interesse: almeno nei Paesi dove le autorità abbiano voglia e capacità necessarie – il “Regulator” sta crescendo in preparazione e competenza proprio grazie a un approccio aperto con i regolamentati più innovativi. Molto viene fatto tramite ampia disponibilità dei funzionari a sessioni di brainstorming con le varie entities, maggiore disponibilità all’attesa e comprensione verso diversi continui aggiustamenti di business plans e business models da parte di chi avvia una richiesta volta all’ottenimento di licenze nel campo delle infrastrutture e/o dei ruoli finanziari.

Questo approccio delle autorità – che naturalmente rimane sempre volto al primario bene della tutela dell’investitore – sta portando nuova linfa al dialogo, e contribuisce esponenzialmente alla maturazione dell’industria finanziaria di nuova generazione.

Quindi il dato di fatto è che chi pensa che l’industria crypto-fianziaria stia morendo perché ne associa il potenziale successo al prezzo di mercato attuale delle cripto valute, è assimilabile a chi in pieno inverno decide di rivendersi l’impianto di climatizzazione di casa perché… non gli servirà più…

Quello che inoltre sta sempre più succedendo è che professionisti qualificati puntino sempre più ad entrare nella nuova industria. E’ sicuramente un rischio, e a oggi – a parte Coinbase e poche altre realtà – si ci trova in start-up che hanno polmone finanziario per qualche mese, impegnate in un’incessante attività di reperimento di finanziamenti mentre tessono la tela di nuovo prodotti e infrastrutture finanziarie. Una steep learning curve assicurata, giocando con nuove regole in un’industria millenaria.

Le realtà che riusciranno per prime a far parlare i “due mondi”, permettendo tramite app di comprare qualsiasi asset – da commodities, a strumenti finanziari, a servizi, rappresentati da token – farli trasferire 7/7 24h worldwide nel pieno rispetto della normativa regolamentare (perché altrimenti sono bravi tutti), diventeranno probabilmente rappresentanti della nuova generazione dei Google, degli Amazon, dei Facebook…. I rischi ci sono. Ma d’altronde la nave ormeggiata in porto è sempre al sicuro. Ma non è stata costruita per quello.

Gioacchino Rinaldi