Let me give you a TIP: I’m a sure medium of exchange

Anche all’interno del MISE la “blockchain” viene additata dai più come possibile soluzione per la diffusione di pagamenti elettronici, ma nessuno sembra in grado di tracciarne i reali vantaggi competitivi rispetto ad altre moderne infrastrutture già presenti sul mercato.

Cari lettori, munitevi di penna e calendario e cerchiate in rosso questa data: 21 gennaio 2019.

Sono passati solo otto giorni dalla tanto attesa riunione dei 30 “esperti blockchain” convocati dal Ministero dello Sviluppo Economico per identificare le possibili aree di applicazione della tecnologia più chiacchierata del momento. Un episodio destinato a restare nella memoria dei “millennials” per gli anni a venire, al pari della presentazione della teoria della relatività all’Accademia Prussiana delle Scienze del 25 novembre 1915, o della successiva Conferenza di Jalta.

Nelle segrete stanze del Ministero dello Sviluppo Economico, il Consiglio degli Esperti traccia le linee guida dello sviluppo tecnologico e finanziario del nostro Bel Paese, ma solo pochi hanno avuto il privilegio di assistere a questo evento topico. Da uno di essi, apprendiamo che vi è tra gli Esperti chi ritiene che “il settore che potrebbe avere più applicazioni è quello dei pagamenti e bitcoin”.

Il settore dei pagamenti elettronici potrebbe indubbiamente beneficiare dell’adozione su larga scala di un sistema DLT che consenta l’ordinazione di bonifici istantanei attraverso telefono, e-mail, via Internet, in totale sicurezza, e a costi irrisori se non pari a zero; ma a ben vedere non si tratterebbe di una scoperta rivoluzionaria.

Già il 21 giugno 2017 il Consiglio direttivo della Banca Centrale Europea aveva infatti varato il progetto TIPS (acronimo di “Target Instant Payment Settlement”), e da ormai qualche mese è attiva in tutta Europa una nuova piattaforma per il regolamento di pagamenti fino a un limite di quindicimila Euro per transazione — in tempo reale, 24 ore su 24, 365 giorni all’anno, e in moneta della banca centrale; essendo integrato con il sistema TARGET2, TIPS assicura inoltre la raggiungibilità di cui peccano le soluzioni nazionali, che rischiano invece di introdurre inefficienze per l’assenza di masse critiche di pagamenti della stessa specie.

TIPS è inoltre in grado di regolare una media di 500 pagamenti al secondo, ciascuno dei quali viene processato individualmente e reso successivamente irrevocabile, con conseguente riduzione dei rischi di frode. Poiché il regolamento avviene a valere su riserve frazionarie depositate da ciascun istituto di credito presso la BCE, anche i rischi finanziari sono contenuti, e questo permette un abbattimento dei costi finali per l’utente, che almeno per i primi due anni di funzionamento sarà di soli 2 millesimi di euro (i.e. 0.2 centesimi) per transazione. Un importo decisamente inferiore anche se rapportato ai tanto decantati 10 centesimi richiesti (in media) dai “miner” per iscrivere una transazione nel codice Bitcoin entro i successivi 10 minuti.

Basta questo semplice confronto per comprendere come, allo stato attuale, la rete Bitcoin sia già stata demolita dalla potenza di fuoco del sistema bancario europeo che con un colpo di spugna ha rimosso due dei principali vantaggi competitivi della blockchain più famosa dal 2008: riduzione dei costi di intermediazione e facilità d’uso dello strumento di pagamento.

E se anche si confermassero veritiere le voci di corridoio secondo cui Yves Mersch e compagnia avrebbero deciso di contrastare il sovversivo Bitcoin ricorrendo, loro stessi, alla blockchain “Ripple”, la scelta audace del Comitato Esecutivo della Banca Centrale sarebbe da applaudire, perché lascerebbe aperta la possibilità di un’implementazione futura di “xCurrent”, “xVia” e “xRapid”, estensioni che hanno fatto la fortuna della società fondata da Chris Larsen.

Sorrido quando leggo di giovani rivoluzionari che sognano un mondo caratterizzato dall’assoluta “disintermediazione” e dalla messa al bando degli istituti di credito, come se questi ultimi operassero contro i loro stessi interessi. A chi sostiene che il Bitcoin potrebbe potenzialmente rimpiazzare le valute con corso legale vorrei domandare se ha mai studiato i principi di macroeconomia e, in caso di risposta affermativa, come intende affrontare l’eventuale fallimento di un “custodian wallet provider” o di una piattaforma di scambio. Se da un lato il sistema bancario tradizionale tutela infatti i titolari di conto corrente per una parte del valore depositato, dall’altro la blockchain non offre alcun tipo di garanzia istituzionale. Basti aggiungere il fenomeno dell’accaparramento, le continue oscillazioni di valore e l’esposizione a possibili attacchi hacker per avere la definitiva conferma del fatto che Bitcoin non potrà mai essere un mezzo di pagamento sicuro su cui il sistema economico possa fare affidamento per l’attività ordinaria.

Si badi, non è certamente mia intenzione ostracizzare i Bitcoin (chi scrive è detentore di ben due “soft wallet” e un “hard wallet”), bensì l’idea che l’evoluzione nel sistema dei pagamenti elettronici debba necessariamente passare per l’adozione di una criptovaluta e della relativa blockchain, come apparentemente sostenuto alla prima riunione del gruppo di esperti nominati dal MISE. Sarebbe stato certamente più corretto e meno ingenuo sostenere che il settore dei pagamenti potrebbe largamente beneficiare della DLT e della conseguente emissione, all’interno di un network più o meno esteso, di c.d. “stablecoin”, ossia di “token” che conservano le proprietà di riserva di valore e unità di conto in quanto aventi come collaterale una moneta legale.

Perché allora continuare a sponsorizzare la diffusione a livello sistemico di una criptovaluta?

L’arcano è presto svelato: come correttamente analizzato dall’European Banking Authority in un recente report destinato alla Commissione Europea, qualora tale token siano inquadrabili come “valori monetari memorizzati elettronicamente […] rappresentati da un credito nei confronti dell’emittente che sia emesso dietro ricevimento di fondi” — ed è precipuamente il caso degli stablecoin — gli stessi saranno soggetti alla normativa dettata dalle direttive EMD2 e PSD2 e, pertanto, potranno essere emessi solamente da istituti di moneta elettronica debitamente autorizzati dalle autorità competenti (sul punto, qui un articolo degli Avvocati Calvi e Prade sicuramente più esaustivo e attento). Ecco quindi che una tecnologia “populista” come la blockchain torna ad essere appannaggio degli osteggiati “poteri forti”.

In ultima analisi, vogliate permettermi un’ultima considerazione di stampo socio-politico: contrariamente a quanto si possa pensare, l’Italia, Paese con il maggior numero di Pos in Europa (sia in assoluto che per abitante), non ha bisogno di particolari infrastrutture tecnologiche per restare al passo dei vicini concorrenti. Per citare il professore Maurizio Pimpinella, Presidente dell’“Associazione Italiana Prestatori di Servizi di Pagamento A.P.S.P.”: “l’Italia è contemporaneamente un Paese ricco di risorse commerciali e tecniche e povero in termini di utilizzo di quelle risorse. E’ come avere una rete ferroviaria all’avanguardia con binari e stazioni con sofisticati automatismi, dove i convogli circolano però in misura assai ridotta rispetto alle potenzialità degli apparati, contribuendo a tenere alti i prezzi”.

La lezione che intende trasmetterci il professore con questa sapiente metafora è che a poco servono grandi innovazioni tecnologiche come i Bitcoin, o la blockchain, senza un’educazione finanziaria che “digitalizzi” anzitutto le menti dei consumatori e delle nuove generazioni, rafforzandone la conoscenza, e la fiducia, in materia di pagamenti elettronici. Se la percentuale delle transazioni effettuate a livello europeo mediante strumenti di pagamento digitali si attesta sul 35–36% del totale, all’interno dei nostri confini non andiamo oltre il 17–18%, e secondo un report di “The European House — Ambrosetti” di maggio 2018, solo lo 0.7% delle spese annue delle famiglie italiane viene effettuato attraverso dispositivi elettronici, app e internet. Certo, nel settore dei pagamenti la DLT verrebbe prima offerta, in fase di “testing”, alle grandi società e/o gruppi bancari, per poi essere adottata, in un secondo momento, dal mondo retail: ebbene, stando a un sondaggio commissionato dal “Global Blockchain Business Council”, che tramite la società di ricerca “PollRight” ha intervistato ben 71 investitori istituzionali, il 63% dei dirigenti d’azienda ha una scarsa comprensione della tecnologia blockchain. Che dire infine dello studio realizzato da “Oracle” e dall’ente internazionale “Association of International Certified Professional Accountants”, che ha coinvolto oltre 700 C.F.O. in tutto il mondo e che ha evidenziato che solo il 10% di essi ritiene che il proprio team abbia le competenze adeguate per raggiungere gli obiettivi di digitalizzazione?

Onestamente, sulla base di questi chiari, precisi e concordanti indizi, non credo che in Italia i tempi siano maturi per l’adozione su larga scala di una DLT nel settore dei pagamenti.

Lasciamo che la stessa sia valutata in sede preliminare in sandbox — strada intrapresa da alcuni dei Paesi più virtuosi in tema di “crypto-assets” — o in settori come la finanza strutturata, lontano dal piccolo consumatore-investitore che ancora non possiede, nella maggior parte dei casi, il bagaglio conoscitivo necessario per valutare la convenienza di queste innovative soluzioni Fintech.

Negli anni a venire ci aspetta un profondo lavoro culturale, ancor prima che tecnologico.

Mattia Valdinoci