Open Source, quando “libertà è partecipazione”

Sempre più spesso sentiamo parlare di tecnologie open, segno della raggiunta maturità del mercato tecnologico allo sviluppo di community incentrate sulla libera condivisione e diffusione di conoscenze.

Questa tendenza è stata abbracciata anche da Microsoft. L’azienda guidata da Satya Nadella – che già da diversi anni ha iniziato ad investire sull’open source e sul software libero – lo scorso 11 ottobre ha sorprendentemente annunciato il suo ingresso nell’Open Invention Network (OIN), organizzazione che si occupa di acquisire brevetti per concederli gratuitamente in licenza a enti che, a loro volta, si impegnano a non esercitare i propri brevetti contro sistemi e applicazioni basati Linux e analoghe soluzioni open.

Microsoft ha conferito nel patrimonio dell’OIN circa 60.000 suoi brevetti, sancendo definitivamente il proprio sostegno – accanto a società come IBM, Google, Red Hat, Sony, NEC, Philips, Toyota – alla comunità di sviluppatori e programmatori che investono su progetti con licenza libera e aperta.

Ma facciamo un passo indietro. Cosa si intende per open source?

Il termine, dagli anni ‘90, viene comunemente utilizzato per indicare quei software il cui autore consente non solo di utilizzare, ma anche di modificare, personalizzare e ridistribuire liberamente il relativo codice sorgente.

Principale caratteristica del modello open source è quella di permettere a chiunque di partecipare allo sviluppo e al miglioramento del programma – adattandolo a esigenze diverse, segnalando bug, modificando la relativa documentazione, verificando il funzionamento, ecc. – e di rilasciare poi i relativi miglioramenti al pubblico, così che l’intera comunità ne possa beneficiarne.

Per dare le proporzioni del fenomeno, si consideri che lo sviluppo di Debian, una delle più famose distro GNU/Linux, sarebbe costato più di 7 miliardi di dollari se fosse stato progettato e programmato come OS proprietario.

“Sorgenti aperte”, tuttavia, non significa necessariamente gratuite. Con “open” o “free” si fa riferimento, infatti, alla libertà nell’usare il software, nel personalizzarlo e ridistribuirlo a chiunque, non al “free price. E’ consentito richiedere un compenso per l’attività di distribuzione della copia di un software.

Perché allora quasi tutti i software open source sono scaricabili gratuitamente?

Ciò è dovuto al fatto che il costo per la duplicazione e distribuzione è praticamente nullo e, pertanto, chiunque acquisti un software può a sua volta redistribuirlo gratuitamente. Prevale quindi la tendenza alla distribuzione gratuita, anche se (a noi piace evidenzialo, essendo i nostri preferiti!) non mancano i programmatori più festaioli, che in cambio della possibilità di usare il codice sorgente incoraggiano l’utente a offrire una birra all’autore del programma o, altrimenti, a bersi una birra in loro onore.

/*
 * ----------------------------------------------------------------------------
 * "THE BEER-WARE LICENSE" (Revision 42):
 * <phk@FreeBSD.ORG> wrote this file. As long as you retain this notice you
 * can do whatever you want with this stuff. If we meet some day, and you think
 * this stuff is worth it, you can buy me a beer in return Poul-Henning Kamp
 * ----------------------------------------------------------------------------
 */

Le licenze open source sono numerose, ma affinché possano qualificarsi come tali è necessario che siano sottoposte al controllo dell’Open Source Initiative, che verifica il rispetto dei requisiti definiti dalla “The Open Source Definition”.

Una sommaria e “classica” classificazione porta a suddividerle in licenze “copyleft” e “non-copyleft”. Le licenze copyleft prevedono l’obbligo per i licenziatari di distribuire ogni loro eventuale modifica e/o opera derivata del software originario sotto la medesima licenza open source, rendendo così disponibile il relativo codice sorgente agli ulteriori licenziatari (che, a loro volta, potranno ridistribuirlo e modificarlo); le licenze non-copyleft, invece, concedono al licenziatario il diritto di distribuire le modifiche sotto una licenza proprietaria, senza quindi alcun obbligo di rendere disponibile il relativo codice sorgente.

È generalmente condiviso, tuttavia, che la messa a disposizione di un software in Saas (cioè a dire mediante messa a disposizione del software in remoto e senza il trasferimento di alcuna copia del software) non possa essere considerata quale vera e propria “attività di distribuzione”, con la conseguenza che non sarebbero applicabili le limitazioni che le licenze copyleft fanno discendere dall’esercizio di tale attività.

Occorre tuttavia prestare particolare a che la licenza copyleft applicabile non sia del tipo AGPL, posto che quest’ultima, rispetto alla “classica” GNU-GPL, prevede un ulteriore requisito volto ad estendere le restrizioni delle licenze copyleft proprio ai software destinati ad essere eseguiti su server di rete.

Ciò a dimostrazione, ancora una volta, della volontà della maggioranza del mondo tech di estendere il modello del software libero e lo sviluppo partecipativo.

A questo punto potremmo quindi chiederci che ruolo abbiano gli open source nella blockchain … ne discuteremo presto su Tech Mood!

Vittoria Omarchi