Il modo migliore di predire il futuro è inventarlo

(Cit. Peter Ferdinand Drucker)

Il 29 ottobre ho preso parte ai Foodcommunity Awards, organizzati da Foodcommunity.it, testata giornalistica del Gruppo LC Publishing, e mi sono detta che avrei voluto davvero scrivere un pezzo su una manifestazione che, anche quest’anno, ha raggiunto il suo apice, premiando – davanti a 700 persone – le eccellenze del food and beverage che si sono contraddistinte per il business, per l’innovazione, per la diversificazione e, udite udite, anche per quella componente tech che oggi giorno è un ingrediente fondamentale per la riuscita di un buon piatto!

Mi riferisco in particolare alla catena italiana di Sushi “This is not a Sushi Bar” che è stata premiata come Miglior Concept di Ristorazione, avendo raddoppiato il fatturato, incrementato i punti vendita (con evidente aumento del personale impiegato) e avendo realizzato nell’ultimo anno 50.000 consegne.

Ma vi è di più. Incuriosita dal nome e dal premio mi sono documentata un po’ su di loro ed ho scoperto che This is not a Sushi Bar nasce da una digital company che si occupa di e-commerce, di web services e di software, insomma di tutto quello che in questo momento attira la mia attenzione e quella dei miei compagni di viaggio in Tech-Mood. La loro strategia di marketing prevede che tu possa “barattare” il tuo pranzo o la tua cena con i follower che hai sui social.

In sostanza il listino prevede vari sconti a seconda dei tuoi follower, e quindi: entri, ordini quello che vuoi, fai la foto alle tue portate, le posti sui social con il dovuto #thisisnotasushibar e speri che i tuoi follower siano in agguato. In ogni caso al momento del conto, a seconda del numero dei tuoi follower, hai diritto a una serie di benefits. Si parte da un piatto gratuito (se sei social ma non così tanto) e si termina con la cena offerta dal ristorante, se più che un individuo sei un/una “social beast”.

Non sono mancate feroci critiche sul web per la modalità di marketing, per il fatto che “le amicizie verrebbero mercificate e monetizzate per un piatto di sushi”, mah…… io trovo invece che l’idea sia assolutamente originale, e mi limito a ricordare che il fenomeno dei social, ci piaccia o no, ci vede tutti coinvolti.

Molti di noi hanno un profilo instagram, facebook e linkedin per citare i più comuni. Un mondo virtuale che si popola di giorno in giorno, di connessioni di amici (pochi), amici di amici, conoscenti, profili fake e individui alla ricerca di una vita che sognano di avere ma non hanno.

Possiamo scontrarci con questo fenomeno o prendere atto che la vita di tutti noi è profondamente cambiata, sono cambiate le strategie di marketing delle imprese; si stanno affacciando sul mercato nuovi mestieri, nuove professioni. Se 15 o anche solo 10 anni fa i vostri figli vi avessero detto “mamma, papà voglio fare il social media manager” avreste legittimamente pensato – con un brivido lungo la schiena – di vederlo vestito da Pacman a distribuire volantini (peraltro attività di assoluto rispetto che molti di noi hanno certamente provato da studenti) fuori da qualche grande magazzino. 15 anni dopo il social media manager è una professione come l’avvocato o l’architetto, così come l’influencer è vita per le aziende.

I brand di vari settori di mercato stanno investendo sensibilmente sul c.d. influencer marketing, dalle stime risulta che il 60% delle aziende interpellate dichiarano che i loro budget verranno incrementati per creare team dedicati alla gestione delle relazioni con gli influencer. Non dimentichiamo poi il magico mondo dei millenials, la pubblicità tradizionale non è nelle loro corde, troppo statica, poco efficace, mentre loro hanno bisogno di interrogarsi, di capire, hanno bisogno di sapere che là fuori qualcuno come loro ha già provato il prodotto, lo ha testato secondo l’uso che loro ne farebbero, ne ha individuato pros and cons e condivide l’esperienza sui social. I millenials sono molto più attenti di quanto lo fossimo mai stati noi alla loro età, non so se è un bene o un male, ma so che è l’attuale stato delle cose.

Ho un figlio di 14 anni, Marco, un ragazzo sveglio, pieno di interessi e, grazie a lui, sto imparando una nuova prospettiva. Mi insegna a interpretare questo nuovo mondo, e a far pace con l’evoluzione della tecnologia, che si riflette inesorabilmente in un diverso approccio. Prima cambieremo il modo di pensare prima riusciremo a porci nella giusta prospettiva rispetto al cambiamento epocale che stiamo affrontando. I temi a me cari, la blockchain, la tokenizzazione, lo stable coin ma anche l’open banking e il crowdfunding sono parte di un fenomeno molto più ampio che ci coinvolge tutti.

E allora – forse – una manciata più o meno importante di follower per un sushi non è banalmente la mercificazione delle proprie amicizie ma un diverso modo di fare marketing, un modo innovativo di allargare la propria client base, cavalcando l’hype di una rivoluzione più mentale che tecnologica, dove la condivisione di pareri, dati, analisi diventa il vero punto di forza.

Non possiamo più essere solo spettatori dell’evoluzione, non possiamo rimanere fermi, non possiamo attendere, dobbiamo agire e pianificare la nostra strategia, come imprese, come banche e intermediari finanziari ed anche come semplici individui, e questo perché come direbbe Michelangelo “l’attesa è il futuro che si presenta a mani vuote”.

Emanuela Campari Bernacchi