Migliaia di “blockchain” in cerca di un’identità

In un mondo in cui le ICO imperversano sovrane e raccolgono mensilmente oltre 1 miliardo di capitale, è quantomai necessario contenere l’euforia collettiva e iniziare a studiare con dovizia il prodotto per evitare “orrori” regolamentari

Adoro “Flipboard”, un aggregatore di notizie tratte dalle principali riviste di settore capace di deliziarmi, ogni mattina, con nuovi temi politici, sportivi e, ovviamente, hi-tech. Devo ammettere però che è proprio quest’ultima categoria ad avermi regalato le maggiori soddisfazioni negli ultimi mesi, anche, e soprattutto, grazie all’avvento della società dell’informazione o, per meglio dire, delle “informazioni gonfiate e fuorvianti” (riassumibili nel termine anglosassone “hype”).

Leggo ogni giorno di nuovi progetti volti alla realizzazione di innovative infrastrutture “blockchain” (si noti il virgolettato) per la tracciabilità del prodotto, per una maggiore sicurezza dei pagamenti digitali, per tutelare il voto online, per consentire la compravendita energetica tra privati, o per offrire a “chiunque, dovunque nel mondo, un’identità digitale emessa dal governo dell’Estonia” (http://www.bitcoinita.it/tecnologia-blockchain/bitnation-ed-estonia-fanno-a-meno-di-notai-e-confini-nazionali-grazie-alla-blockchain/).

Iniziative indubbiamente ammirabili, avanguardiste, ma alla luce delle quali sorgono spontanee due domande:

1) “Ma è davvero necessaria la “blockchain”?”; e ammesso che lo sia,

2) “In cosa consisterebbe questa ipotetica infrastruttura “blockchain”?”.

Partiamo dunque dalla prima domanda, in relazione alla quale, a fini pratici, potremmo definire la “blockchain” (di qualunque tipo essa sia) come un “database distribuito”. Mettiamo così in luce il primo errore in cui incappano gli “esperti di marketing” (d’ora in avanti, per semplicità di riferimento, questa categoria comprenderà anche tutti quei soggetti di cui al precedente articolo dell’illuminante Fabrizio Villani): se la “blockchain” è un database “distribuito”, è sicuramente poco efficiente, allo stato attuale della tecnologia, proporre la medesima a gruppi di società integrate verticalmente perché, per tradurre in parole povere il pensiero di migliaia di sviluppatori, “se hai difficoltà a riconciliare i dati condivisi all’interno del tuo gruppo industriale, probabilmente hai problemi più gravi”.

Prima di inquadrare la “blockchain” come panacea per tutti i mali, è allora opportuno guardarsi attorno e cercare di capire se davvero non vi siano altre soluzioni, maggiormente rodate ed efficaci, che possano rispondere alle esigenze dell’azienda; penso, tra i tanti, al programma “SAP Global Track and Trace”, che permette, tra le altre cose, di “migliorare la sicurezza dei prodotti e rispondere rapidamente ai richiami” e di “individuare i componenti contraffatti prima della consegna”.

Prima che possiate pensare che SAP mi abbia pagato per scrivere questo articolo, sappiate che tale servizio non è certamente gratuito e che molte società internazionali stanno letteralmente investendo centinaia di milioni per integrare il loro software aziendale con la tecnologia SAP, tanto da subordinare contrattualmente la realizzazione di operazioni straordinarie alla messa in opera del relativo gestionale, che potrebbe richiedere anni oltreché team dedicati quotidianamente alle fasi di test.

Ciononostante, la stessa SAP sta integrando strumenti di blockchain nel suo portafoglio di prodotti con l’intento di esplorare la tecnologia negli ambienti proprietari dell’azienda.

La “blockchain” dovrebbe essere infatti uno strumento di mera integrazione di infrastrutture tecnologiche già collaudate, e non può prescindere, salvo casi rari e peculiari, dalla presenza di molteplici attori distribuiti su un piano orizzontale (siano essi viaggiatori per una compagnia area, tifosi per una società di calcio, consumatori per società della GDO, ecc.), che per ragioni di operatività (o attività) ordinaria abbiano necessità di (o possano) intervenire sul database per “popolarlo” con informazioni vitali al business aziendale.

Supponiamo ora che, grazie all’alacre lavoro di qualche “marketer”, la società abbia deciso di integrare una “blockchain”. Vi è da chiedersi quali saranno i pilastri fondanti di questa nuova architettura tecnologica “tailor made” e se condivida qualche caratteristica con l’originaria tecnologia sottesa al Bitcoin, potendosi così legittimamente fregiare dell’appellativo “blockchain”.

Può sembrare assurdo, ma in questo marasma di blockchain che nascono (e muoiono) ogni giorno, nessuno sa esattamente cosa sia una “blockchain”. Basta digitare la magica parola sul motore di ricerca Google per ottenere almeno una decina di definizioni diverse: vi è chi sostiene che la “blockchain” — o DLT, SLT, “mutual distributed technology”, “consensus ledger”, solo per citare alcuni dei nomi più comunemente utilizzati — sia decentralizzata (e non accentrata), pubblica (e non privata), che si basi su “criptovalute” e/o che debba garantire piena visibilità del contenuto del database a tutti i partecipanti alla rete (e, a riguardo, vi è anche chi crede in una blockchain a singolo partecipante, si veda il caso della “World Food Programme Blockchain”…).

Questa diversità terminologica è dettata primariamente, oltreché da ragioni di marketing, dalla continua evoluzione di una tecnologia che, nonostante siano trascorsi ben 10 anni dal suo esordio, non ha ancora assunto connotati ben delineati. Se però è comprensibile l’incertezza generata dal ciclo di sperimentazione che sta caratterizzando questa fase della vita della blockchain, lo è meno la confusione alimentata dai succitati “esperti di marketing”, che non appena sentono i termini “hash”, “crittografia” e/o “database distribuito” non esitano un secondo a gridare “Blockchain!”, o a etichettare le società come “blockchain friendly” per attirare nuovi capitali; perché, si sa, di questi tempi la blockchain vende meglio dei junk bond di Drexel Burnham.

In apertura di articolo menzionavo l’utilizzo della DLT (sdoganati i sinonimi, tanto vale utilizzarli anche per rendere il testo meno ripetitivo…) per offrire un’identità digitale, in relazione alla quale persino il New Yorker nell’ormai lontano dicembre 2017 scriveva che “the backbone of Estonia’s digital security is a blockchain technology”. Pochi mesi dopo, lo stesso direttore informatico a capo dell’ambizioso progetto estone ha confermato che in realtà non si tratta di un sistema blockchain bensì di un tecnologia “hash-linked time-stamping”.

In chiusura, permettetemi di fare una considerazione patriottica: per una volta, forse, l’Italia si è rivelata più lungimirante di tante altre sue colleghe europee, sebbene non vada di certo applaudita per la grossolana “Definizione di tecnologie basate su registri distribuiti”, di cui all’Articolo XX della versione del 12 ottobre 2018 del Decreto Legge Fiscale (qui il precedente articolo di Marco Galli). Invitata al tavolo di discussione della European Blockchain Partnership, ha gentilmente declinato l’invito, forse perché in un Paese in cui lo spread sorvola quota 300 e l’outlook è negativo, la “blockchain” resta a livello sistemico un lusso che non possiamo ancora permetterci.

Quantomeno, ed è qui che emerge la lungimiranza italiana, il Legislatore di casa nostra non ha avuto l’ardire di promulgare leggi che disciplinino una tecnologia che è, ad oggi, ancora in fase di beta testing; sarebbe come distribuire un manuale d’uso per un prototipo che non è ancora uscito dalle fabbriche di produzione.

Difficile quindi giustificare il risalto dato alle tre leggi maltesi, in particolare il “Technology Arrangements and Services Bill” che alla First Schedule annovera l’“immutabilità” tra le caratteristiche che solitamente identificano una DLT: ebbene, da quando esistono le DLT, nessuna di esse è stata immutabile. La “blockchain Bitcoin” è stata spezzata nel marzo 2013 (e parte di essa è stata ritenuta “illegittima” dai miner) e nel luglio 2016 la “blockchain Ethereum” è stata vittima di un attacco hacker, con furto di Ether e manipolazione dei dati presenti nella catena. Il futuro potrebbe riservarci sorprese, ma per ora l’immutabilità non può essere una caratteristica ontologica della blockchain e forse la scelta del legislatore maltese è stata un po’ infelice oltreché fuorviante, perché si potrebbe indurre le corti a dare valore di prova a dati, informazioni, registrazioni sull’assunto che essi siano “immutabili”, quando la realtà ha dimostrato l’esatto contrario.

Se avete già perso tempo nella lettura dei miei precedenti articoli, probabilmente avrete capito che non sono contrario alla DLT, tutt’altro; sono però contrario alla strumentalizzazione del termine “blockchain”, all’ondata di progetti di dubbia identità che stanno inondando il mercato degli investimenti, spinti da strategie di marketing scellerate che rischiano di oscurare altri progetti ben più solidi.

Ma se il tempo della legiferazione non è ancora maturo, come possono le autorità regolatrici intervenire tempestivamente per evitare sì abusi di mercato, ma al tempo stesso non perdere il treno dell’innovazione?

Semplicemente istituendo delle “sandbox”, ossia degli ambienti chiusi di sperimentazione, e studio, di nuovi prodotti finanziari e/o hi-tech, con buona pace della “cattura del regolatore”. Solo così potremo essere sicuri che le norme non siano desuete ancora prima di entrare in vigore o, peggio, non finiscano per ostacolare, per errori linguistici, l’applicazione di una vera “blockchain”.

If you can’t describe what you are doing as a process, you don’t know what you’re doing” (W. Edwards Deming).

Mattia Valdinoci