Sweet Chain O’ Mine

Con 180 milioni di utenti distribuiti su tutto il globo, e una quotazione a Wall Street che ne ha sancito un valore di mercato pari a circa 30 miliardi di dollari, la piattaforma lanciata in Svezia il 10 ottobre 2008 da Daniel Ek e Martin Lorentzon ha certamente rivoluzionato il modo di ascoltare (e pubblicare) musica. Non senza qualche polemica.

Thom Yorke, Nick Mason, Taylor Swift e, da ultimo, Gué Pequeno (artista più ascoltato su Spotify Italia nel 2017) sono solo alcuni tra gli artisti che, a fasi alterne, hanno criticato le modalità di corresponsione delle royalties adottate dal servizio di streaming musicale, basate su un sistema di calcolo simile a quello delle cosiddette “scommesse a totalizzatore”: le due principali fonti di approvvigionamento finanziario, ossia gli abbonamenti e le pubblicità, alimentano un “montepremi” che, per il 30% confluisce nelle casse di Spotify e di chi si occupa della raccolta e redistribuzione dei proventi relativi ai diritti d’autore (in Italia, la S.I.A.E.), mentre per il restante 70% viene distribuito agli artisti (rectius, alle rispettive case discografiche), in via proporzionale alla percentuale di ascolti sul totale degli streaming della piattaforma. Al lettore attento salterà subito all’occhio come questo meccanismo di retribuzione, all’apparenza piuttosto semplice, nasconda in realtà un evidente paradosso, in quanto la società svedese e, da ultimi gli artisti, non registrano ricavi sui singoli ascolti, bensì sugli abbonamenti sottoscritti dagli utenti.

Così, se Anna Musica, fan di un’emergente band locale, “Tech — Music”, decidesse di abbonarsi a Spotify, e ascoltare le playlist create da tale band per dare un piccolo contributo finanziario al successo dei propri beniamini, la stessa verrebbe presto smentita dai numeri: come poc’anzi illustrato, dei 10 euro mensili versati da ciascun utente premium, solo 7 vengono ripartiti tra gli artisti presenti sulla piattaforma, di cui una sostanziosa percentuale sarà destinata ad artisti di fama mondiale, nonostante Anna Musica, cultrice della musica folkloristica, abbia riprodotto solo brani di Tech — Music e non conosca minimamente né Drake né Fedez. Come se ciò non bastasse a scoraggiare virtuosi artisti dalla pubblicazione delle proprie opere sulla piattaforma di streaming, uno studio del Berklee College of Music ha fatto notare come dei 2 miliardi di royalties versati da Spotify all’industria musicale solo metà siano effettivamente finiti nelle tasche della comunità creativa.

Il problema va rintracciato nell’alone di segretezza che da sempre avvolge tutti i dati e le informazioni che costituiscono la struttura portante delle librerie musicali: il singolo artista e la relativa casa discografica sapranno di volta in volta con assoluta certezza chi sono gli aventi diritto per i vari frammenti di opera, ma tutte le terze parti (ivi inclusa Spotify) che non hanno accesso ad un database organico sui diritti d’autore avranno non poche difficoltà a capire con precisione chi deve essere remunerato per ogni “play” di un nuovo brano (e con quale percentuale). A ciò si aggiunga il fatto che il business dello streaming musicale produce ogni minuto miliardi di “micro-transazioni” che dovrebbero essere puntualmente gestite e tracciate. Per tali motivi, sino ad oggi Spotify ha distribuito gli incassi alle sole case discografiche, incaricate della successiva ripartizione al loro interno senza alcun obbligo di comunicazione al pubblico.

Con l’avvento della DLT (“Distributed Ledger Technology”), e della forse ben più nota “Blockchain”, si prospettano grandi cambiamenti all’orizzonte. Il database decentralizzato caratteristico di ogni DLT, e i nodi che ne conservano una copia, permettono infatti di veicolare in via del tutto automatica lo scambio di dati tra due specifici soggetti senza l’intervento di alcun intermediario. Non solo: le case discografiche che dovessero dotarsi di un sistema DLT potrebbero inserire, tra le linee di codice rappresentative dell’opera, dei “metadata” che contengano i nomi delle persone che hanno collaborato alla realizzazione dell’opera stessa e che, quindi, ne detengono i diritti d’autore. Senza dilungarsi in particolari tecnicismi che presterebbero il fianco a “orrori” ingegneristici, basti pensare che questa soluzione tecnologica offrirebbe, anzitutto, il vantaggio legato alla progressiva realizzazione di un unico archivio, condiviso tra tutti i partecipanti alla rete (case discografiche e piattaforme di streaming incluse), contenente i dati identificativi dei vari autori e/o artisti, a loro volta collegati in modo univoco e duraturo alle rispettive opere. In secondo luogo, la DLT ha il potenziale di mettere in diretto contatto gli utenti con gli artisti stessi, favorendo così l’implementazione di un sistema di corresponsione delle royalties più trasparente ed equo.

Su questa direzione sembrano muovere le recenti mosse di mercato della piattaforma svedese che, poco più di un anno fa, ha finalizzato l’acquisto della startup newyorkese “Mediachain”, in grado di creare protocolli che legano il creatore di un prodotto (i.e. la musica) con il prodotto stesso. A riguardo, la stessa Spotify ha dichiarato che l’unione con Mediachain sarà volta allo sviluppo di “settore musicale più equo, trasparente e gratificante per i creatori e i proprietari dei diritti”.

Il passo più importante verso un’industria musicale più “artist — friendly” è stato però compiuto pochi giorni fa, quando Daniel Ek ha ufficializzato la possibilità per tutti gli artisti indipendenti di caricare direttamente le proprie tracce musicali sulla piattaforma di streaming, senza la necessità di avvalersi dell’intermediazione di distributori o etichette discografiche. Stando alle dichiarazioni della società, il processo di upload tramite account personale non comporta spese aggiuntive e agli artisti sarà corrisposto il 100% delle royalties a loro spettanti sulla base degli ascolti, come evidenziati da un report mensile che metta in luce, tra le altre cose, il numero di stream.

La strategia del colosso svedese è chiara: diventare un’etichetta discografica internazionale e moderna. Forse è ancora presto per stabilire se Spotify riuscirà a “rivoluzionare” l’industria musicale e a risolvere, con l’impiego della DLT, l’annoso problema delle royalties, della compensazione degli autori e di tutti coloro che rientrano nella filiera dell’industria musicale…è davvero allora il caso di dire: auguri Spotify!

Mattia Valdinoci