I diamanti sono i migliori amici delle donne, ma solo se in blockchain

Un “diamante è per sempre”, abbiamo sentito questa frase milioni di volte, ma non ci siamo mai interrogati sul behind the scene, cioè su quello che sta dietro alla loro estrazione, alla loro lavorazione e in ultima analisi alla loro commercializzazione.

Il primo aspetto da considerare è la zona di provenienza dei diamanti; normalmente sono zone di guerra (l’Africa in primis) e la loro estrazione li rende, per dirla all’inglese dei “blood diamonds”. Ciò in quanto ribelli, o milizie governative prendono illecitamente il controllo delle miniere e utilizzano i proventi della commercializzazione per perpetrare la violenza nei confronti della popolazione civile, allo scopo di rovesciare i governi riconosciuti dall’ONU.

Si tenta di risolvere il problema e parzialmente ci si avvicina allo scopo. Nel 2000, infatti, a Kimberly in Sudafrica si tiene la prima conferenza per dibattere del legame tra estrazione, produzione di diamanti e conflitti nei paesi dove hanno sede le miniere. Dalle risultanze della conferenza di Kimberly nasce — nello stesso anno — il World Diamond Council che si propone di istituire una serie di controlli per rendere il mercato dei grezzi trasparente.

Sempre nel 2000 è l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che reclama a gran voce la nascita di un sistema di certificazione delle pietre, che in effetti vede la luce nel 2002 a Interlaken con la partecipazione di 37 stati e con il coinvolgimento del World Diamond Council nonché delle multinazionali coinvolte nell’estrazione, lavorazione e commercializzazione delle pietre, De Beers in cima alla lista. E’ nato il Kimberly Process.

Per poter partecipare al Kimberly Process è prima di tutto necessario dimostrare che i diamanti grezzi, provenienti da un determinato paese, non vengano utilizzati per finanziare ribelli a scapito dei governi riconosciuti dall’ONU e delle popolazioni civili. Ogni grezzo che viene esportato, deve essere accompagnato da un certificato che provi che il Kimberly Process è stato rispettato. E naturalmente nessun grezzo può essere esportato verso o importato da paesi che non siano membri del Kimberly Process.

Purtroppo, però, è tipico dell’uomo confutare ciò che è stato fatto nel passato quando il presente ci offre strumenti nuovi con cui lavorare. E anche noi ora vogliamo cadere in questo tranello, e quindi: siamo sicuri che il certificato emesso nell’ambito del protocollo Kimberly sia davvero sicuro? Non può essere alterato o falsificato esattamente come qualsiasi altro certificato?

Probabilmente questa domanda se la sono posti anche De Beers, Everledger and Fura Gems. In particolare De Beers ha annunciato la creazione di una blockchain per tracciare e autenticare i diamanti in tutte le diverse fasi, dall’estrazione alla vendita (quindi, per dirla all’inglese “Mine to Consumer”). Mossa astuta in un’era dove il consumatore è sempre più orientato (e aggiungeremmo, per fortuna) all’acquisto “eticamente corretto e consapevole”.

Per il consumatore oggi la rassicurazione che il diamante che compra (e che paga a caro prezzo) provenga da zone no-conflict diventa fondamentale. Attraverso un sofisticato sistema crittografico, solo coloro che hanno un sistema di supervisione del processo di estrazione, lavorazione, taglio e vendita dei diamanti possono immettere dati all’interno della blockchain. Il procedimento mira a garantire che tutte quelle pietre che vengono vendute come “conflict-free” lo siano effettivamente, e siccome la bockchain è accessibile a tutti, chiunque può verificare la provenienza del prezioso e avere la certezza che quella informazione non sia stata alterata da nessuno e quindi che, per tornare da dove siamo partiti, che quel diamante non sia un “blood diamond”.

Il Kimberly Process ha avuto un ruolo fondamentale ma l’uomo, si sa, è diffidente di natura e probabilmente a giusta ragione; serviva quindi uno strumento che attraverso il consenso condiviso aiutasse l’uomo ad avere fiducia nell’uomo e a generarne a sua volta.

La blockchain può essere lo strumento? Forse si, ma lo vedremo nel tempo, una cosa è certa: con la blockchain un diamante è davvero “per sempre”. Ma su una cosa la blockchain non vi può aiutare: l’autenticità del sentimento di chi lo riceverà in dono…perché quella resta una faccenda di cuore. I sentimenti non si possono blockchainizzare, per ora.

Emanuela Campari Bernacchi e Gioacchino Rinaldi