10 anni dopo: se Lehman avesse avuto la blockchain

Se fosse un film la prima scena sarebbe quella dei bankers che lasciano la hall di un grattacielo a Time Square con gli scatoloni in braccio. Ma non solo, a corollario, la regia inquadrerebbe Dick Fuld, CEO di Lehman Brothers, mentre in silenzio non ha una risposta alle domande del congressman Henry Waxman, che gli chiede spiegazioni sui suoi bonus da capogiro proprio nell’anno in cui la sua banca ha dichiarato la bancarotta.

La verità è che tutto questo non è un film ma il racconto di una crisi che presto avrebbe — con un effetto domino durato quasi un decennio — cambiato, in peggio, lo stile di vita della popolazione di classe media e medio-bassa dell’occidente. Il crollo di Lehman Brothers è stato uno shock sistemico, con un carico emotivo pari a quello generato dagli avvenimenti contemporanei più rilevanti. Purtroppo, appunto, non era un film e non c’era nessuno dietro quella cinepresa.

Ma la storia ci insegna che le grandi catastrofi umane e finanziarie portano con sé quasi sempre qualche cosa di nuovo. A distanza di pochissime settimane e come alternativa ad un mondo incentrato sulle banche, venerdì 31 ottobre 2008, in maniera sorprendentemente ravvicinata al fallimento Lehman (15 settembre 2008), Satoshi Nakamoto invia a una mailing list di crittografi il paper “Bitcoin: A Peer-to-Peer Electronic Cash System”. Erano passati solo 46 giorni dalla catastrofe Lehman.

In sequenza, il 3 gennaio 2009 (a 110 giorni dal filing del Chapter 11 della Lehman), la blockchain di bitcoin emette il primo dei sui “battiti”, con Nakamoto che mina il c.d. Blocco di Genesi n. 0 (blocco n. 0). Per rimarcare forse anche il fine, oltre che la genesi tecnologica del nuovo protocollo, la prima transazione effettuata da Nakamoto si accompagna al titolo di un articolo che compariva all’ora sul Times: “Chancellor on brink of second bailout for banks” (l’articolo si riferiva al Cancelliere dello Scacchiere del Regno Unito Alistair MacLean Darling che ipotizzava un secondo salvataggio delle banche anglosassoni).

Il resto della storia lo stiamo già vivendo: con l’ultima puntata in cui Mario Draghi indica lo stop del quantitave easing a fine 2018, mentre un Bitcoin quota [6,480] USD alla data in cui si scrive.

Ma cosa sarebbe successo se questa tecnologia fosse stata a servizio delle banche, e soprattutto delle autorità di vigilanza, prima del settembre 2008? Avremmo potuto evitare le concessioni wild di mutui subprime e quindi le successive cartolarizzazioni? E i premi richiesti sulle coperture assicurative in CDSs scambiati tra banche e insurance companies avrebbero avuto maggiore aderenza al rischio che doveva essere mitigato?

Proviamo a ragionarci.

Una blockchain che avesse permesso visibilità pubblica (o — senza esagerare — perlomeno privata, ma ampiamente condivisa tra “addetti ai lavori” e autorità) avrebbe indicato in tempo reale (di 10 minuti in 10 minuti se ci basiamo sulle attuali regole della blockchain bitcoin) quanti CMBSs e RMBSs aveva in portafoglio ogni banca, assicurando la verifica delle reciproche esposizioni interbancarie in modo efficace e continuativo.

Questo a livello di strumenti finanziari, ma cosa a livello di singolo mutuo su singolo immobile?

Una blockchain “dei registri immobiliari” che avesse monitorato i trasferimenti delle proprietà immobiliari nationwide avrebbe sicuramente evidenziato, anche con le relative differenze a livello geografico, che il numero di scambi di immobili diminuiva e che, allo stesso tempo, gli acquirenti di molti di questi scambi erano banche che stavano pignorando gli immobili posti a garanzia del relativo mutuo. Insomma, tutte informazioni aggiornate in tempo reale da poter comunicare ad analisti e quants che intanto in quel di Canary Wharf e Wall Street stavano “impacchettando” i crediti da rimborso dei mutui per operazioni di cartolarizzazione con cui inondare il mercato.

L’utilizzo di una blockchain come strumento “sentinella”, avrebbe acceso il faro sulla graduale ma inesorabile riduzione dei volumi degli scambi di immobili consentendo alla comunità finanziario/speculativa non solo di avere una fotografia reale di quanto stava accadendo ma — almeno in teoria — anche di iniziare un processo di write off graduale sul valore degli asset immobiliari a garanzia, con contestuale revisione al rialzo del necessario collaterale e — in ultima analisi — con una maggiore attenzione nella concessione del credito e nella strutturazione di operazioni di cartolarizzazione.

Da ultimo, gli analisti di Fitch, S&P e Moody’s (all’epoca queste erano le agenzie di rating di riferimento) così come quelli di AIG avrebbero avuto un ottimo alleato tecnologico.

Questo in teoria, in pratica riesce difficile pensare che le banche concedano pubblica visibilità ai loro affari. Perché alla fine si torna sempre alla volontà politica di percorrere o non percorrere una determinata strada. E quindi — forse — la vera domanda, dalla risposta scontata, dovrebbe essere un’altra: ma se Lehman avesse avuto la blockchain, l’avrebbe usata?

Mettendo da parte i se e i ma, quello che emerge è che tutta la regolamentazione finanziaria “nata” dallo shock sistemico Lehman potrebbe incredibilmente avvantaggiarsi dell’operatività di un sistema IT come la blockchain.

Siamo davvero convinti che sia più sicuro un attento (?) monitoraggio da parte di una autorità centrale (o –meglio — più autorità centrali di diverse giurisdizioni e competenze, che spesso non si parlano tra loro per ragioni, a volte, anche di mero “campanilismo”) rispetto a un database globale che permette a più soggetti l’analisi dei dati di reporting su un unico registro condiviso?

E ancora. Oggi chi controlla il controllore? Chi può giurare sul fatto che il controllore abbia sempre le competenze necessarie per leggere e valutare i dati che riceve? Chi è pronto a giurare che nessun opaco connubio possa insinuarsi nel rapporto tra vigilato e vigilante?

Una cosa è certa: la blockchain avrebbe sicuramente aiutato a comprendere cosa stava succedendo. Se ne sta già facendo uso in moltissimi settori e non si vede per quale ragione proprio quello della regolamentazione finanziaria debba chiamarsi fuori da questa tecnologia.

E allora forse la vera domanda su cui ragionare è un’altra.

10 anni dopo: cosa sarebbe successo se il moral hazard avesse potuto contare sulla blockchain?

Emanuela Campari Bernacchi e Gioacchino Rinaldi